Non avere tempo è una perdita di tempo

bianconiglio1

Non avrò tempo di lavarmi i capelli. Non avrò tempo di farmi una doccia. Nemmeno il tempo per pranzare seduta. O quello di stare sul divano davanti alla tv la sera, con il marito a fianco.
Figurarsi se poi ci sarà il tempo per leggere.

Me lo dicevano tutti. E pure io lo sapevo che forse, molto forse, avrei avuto a malapena il tempo per piangere un po’ e lamentarmi con qualcuno. Il tempo lo avrebbe risucchiato tutto la meraviglia di casa; se lo sarebbe preso per intero, quello mio e quello di mio marito, ogni minuto ogni secondo ogni istante, sarebbe stato soltanto suo, come se dal momento della sua nascita se lo fosse comprato. Tutto il nostro tempo sarebbe stato a disposizione di una piccoletta che non avrebbe fatto sconti a nessuno.

Così è stato.

Lavarsi i capelli solo quando siamo in due in casa. Farsi una doccia con lei nel passeggino, con me in bagno, mentre mi guarda e grida, cinque minuti al massimo. Poi i capelli li asciugo dopo, meglio darle prima la pappa. Dopo quando? Bho. Tv? Macchè. Una coccola in grazia di Dio? Quando mai. Abbinare scarpe e gonna? Mettiti la prima cosa che capita. Leggere?Ahahaha.

E’ andata avanti così per tre, quattro mesi. Quelli di rodaggio, diciamo, quelli che servono a tutti per renderti conto che stai diventando un’altra persona e devi darti il tempo di capire cosa fa, come e quando vive questa persona nuova che sei diventato.
Non è che in tre quattro mesi cambiano le cose. Le cose non cambiano; il tempo è sempre sotto sequestro. Però, a un certo punto, ti accorgi che sei cambiato tu, e quando c’è stato il cambiamento nemmeno te ne sei accorto perchè non hai avuto tempo.

La questione era una soltanto: o si cambiava o si smetteva di vivere. Cioè, di appartenere a una vita che è la tua e che in qualche modo deve sostenere anche la vita che hai creato. Se un genitore è infelice, se non trova lo spazio anche per sé, si finisce per crescere un figlio infelice o nervoso, o, almeno, di aver fatto qualcosa che non ci piace.

Arginare lo spazio per se stessi, in una vita con un figlio, è arrampicarsi su una montagna liscia piena di neve senza sentieri.
Anche quando si scrive racconti, è così. Ci si inerpica contro il tempo.
Nel romanzo è diverso. Hai il tempo di disseminare la narrazione per molte pagine, di gestire le azioni con parsimonia, di economizzare la  trama se ce n’è una, o di fare digressioni, prenderti un bel respiro lungo perchè il lettore lo prenderà con te, seguirà la storia con lo stesso tempo lento che il romanzo pretende.

Il romanzo non ha figli. Ma il racconto sì.

Non è un caso che il Premio Nobel per la Letteratura Alice Munro, madre di tre figlie, abbia scritto solo raccolte di racconti.

Il racconto è un’apnea istantanea. Uno scrittore che scrive racconti sa benissimo una cosa: che ha poco tempo e poco spazio per raccontare una storia. Per cui deve farlo subito e bene, deve immediatamente catturare l’attenzione, sostenerla, appagarla. Altrimenti il libro viene chiuso. Il lettore di racconti se ne accorge subito se lo scrittore sta scrivendo fregnacce.
La narrazione del racconto ha un solo tempo: quello in cui tutti e due – lettore e scrittore – si immergono nello stesso istante in una storia e insieme ne escono fradici, col fiato sospeso.

Ecco, un genitore dovrebbe gestire il proprio tempo come se avesse a disposizione solo il tempo del racconto. Intenso, racimolato, accantonato. Non avere tempo è una perdita di tempo: quindi bisogna trovarlo.

Quando si scrive un racconto succede una cosa meravigliosa e magica: ti accorgi che dentro a pochissime pagine si nasconde una vita intera; e basta anche solo una riga per far tornare indietro il personaggio, a quando era – per esempio – solo un bambino. Il rigo dopo, oplà, è già adulto. Basta una frase. Oppure un’azione.

Nell’arco di vent’anni, quel bambino era scomparso. Nello specchio c’era un tizio con la barba grigia.

Magicamente, il tempo si amplifica. E dentro quel tempo amplificato possono accadere moltissime cose.

Un genitore sa amplificare il tempo allo stesso modo.
Il giorno non ha più 12 ore, ma 13. In un’ora non si è steso solo il bucato, ma si è anche andati alle Poste e preparato la cena; e forse sei pure riuscito a scrivere due pagine decenti da consegnare al giornale. La mezz’ora del sonnellino si trasforma nel pranzo più romantico, intimo e appagante degli ultimi anni.
Alla fine si scopre che prima, prima dei figli, ci stava un sacco di tempo a disposizione e nemmeno ce ne accorgevamo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...